Nei giorni scorsi un po’ tutti noi abbiamo seguito nei canali di comunicazione le tante notizie sul nuovo Papa Leone XIV, al secolo Robert Francis Prevost, cercando di intercettarne gli orientamenti futuri. Peraltro noi siciliani abbiamo avuto la piacevole sorpresa nello scoprire di essere conterranei: suo nonno paterno era di Milazzo, emigrato negli Stati Uniti nei primi anni del novecento!
Nel cogliere questa sua indicazione: “Vogliamo essere una Chiesa sinodale, una Chiesa che cammina, una Chiesa che cerca sempre la pace, che cerca sempre la carità, che cerca sempre di essere vicino specialmente a coloro che soffrono”, ci appare evidente la continuità del cammino tracciato dall’amato Papa Francesco, con qualche specifica novità su una Chiesa “missionaria” secondo la logica del dono e una Chiesa particolarmente sensibile alle questioni sociali. E infatti il nuovo Pontefice così ha rivelato ai cardinali dopo la sua elezione: “Ho pensato di prendere il nome di Leone XIV. Diverse sono le ragioni, però principalmente perché il Papa Leone XIII, con la storica Enciclica Rerum Novarum affrontò la questione sociale nel contesto della prima grande rivoluzione industriale; e oggi la Chiesa offre a tutti il suo patrimonio di dottrina sociale per rispondere a un’altra rivoluzione industriale e agli sviluppi dell’intelligenza artificiale che comportano nuove sfide per la difesa della dignità umana, della giustizia e del lavoro”.
Parole chiare, dal tono pragmatico, di indicazione programmatica… non a caso Papa Prevost in gioventù ha conseguito una laurea in matematica! Da queste parole emerge un piglio di fermezza, tipica dei grandi papi, come Leone Magno nel quinto secolo e Leone XIII alla fine dell’800, che hanno saputo guidare la Chiesa di fronte alle sfide dei tempi: in particolare ricordiamo che l’elaborazione della dottrina sociale della Chiesa nel tempo è stata la risposta di conciliazione tra modernità e tradizione cattolica.
E le febbrili innovazioni tecnologiche del nostro tempo, assieme al processo di trasformazione digitale, vanno ad intrecciarsi con le perverse contraddizioni create da interessi geopolitici, con le profonde offese agli equilibri della natura, le inumane guerre a macchia di leopardo, le laceranti disuguaglianze sociali, la sfacciata violazione dei diritti umani.
In tale contesto va segnalato il recente libro di Vanni Rinaldi “Intelligenza artificiale sociale. Usare l’intelligenza artificiale per creare beni comuni digitali” – Ediz. Rubettino-2025.
Anche se l’intelligenza artificiale (IA) potrebbe creare nuovi posti di lavoro a medio-lungo termine, il problema si sposta sull’opportunità di guidare la rivoluzione digitale nel breve termine con specifiche regolamentazioni per evitare che possa minacciare la dignità e la nobiltà morale del lavoro. Già grandi imprese stanno operando in questa fase di transizione, come per esempio Amazon con il suo robot Vulcan nella gestione (sempre più rapida e automatizzata) di enormi magazzini, a scapito del lavoro dei magazzinieri. Rivoluzione estesa anche alla piccola impresa: giorni fa con la mia famiglia abbiamo festeggiato un compleanno in un ristorantino di Barcellona ove il robottino, che faceva le funzioni da cameriere con perfetta presentazione dei piatti, si è unito al nostro coro al momento di cantare Feliz cumpleaños!
E’ vero che già dal secolo scorso la dignità del lavoro è stata tutelata dai cosiddetti “corpi intermedi”, come sindacati, cooperative, camere di commercio, organizzazioni del terzo settore, con attività finalizzate alla creazione di beni sociali e con il supporto del mondo cattolico. Oggi però, in presenza di società sempre più iperconnesse, occorre un adeguato aggiornamento, sia degli stessi corpi intermedi, sia delle strutture di economia sociale, per la definizione di senso delle nuove tecnologie digitali, orientandole ad un miglioramento della qualità di vita nel rispetto dei canoni del diritto internazionale umanitario.
In poche parole una IA che gestisca enormi quantità di dati e di informazioni (i cosiddetti big data) con visione multidisciplinare e al tempo stesso che faccia uso di sensori “sociali”. Preoccupano le attuali applicazioni negative della IA, il cui sviluppo, se non perseguito con senso etico, produce enormi rischi, come per esempio nel campo dei conflitti armati, nelle nuove forme di schiavitù e di sfruttamento, nell’acquisizione di forte potere da parte di grandi imprese multinazionali (le cosiddette Big Tech) con il sopravvento delle tecnocrazie sulle democrazie. A tal proposito il teologo Paolo Benanti, professore alla Gregoriana di Roma e all’Università di Seattle, ci fa riflettere che, a differenza della macchina classica, la machina sapiens dotata di IA risponde in maniera autonoma ad ogni problema che le venga posto (… è il suo software a decidere cosa possiamo fare e cosa no): tuttavia la sua intrinseca limitatezza nel trattare la complessità della realtà, peraltro in continuo cambiamento, richiede un sistema etico ( definito algoretica), che sia condiviso con l’homo sapiens, essere libero per antonomasia nella sua dignità e creatività, dotato di spirito critico. Va quindi perseguita una solida collaborazione tra l’ingegno umano e l’efficienza computazionale dell’IA, con spirito di sussidiarietà sociale e col fine ultimo di facilitare la coesione sociale e al tempo stesso di evitare che questi sistemi producano nuovi poteri, ingiustizie e forti squilibri sociali.
E allora, per vivere nuovi “tempi buoni” che tutelino la dignità di ogni persona, aperti ad un umanesimo tecnologico, ecco emergere il ruolo fondamentale che potrà svolgere il pontificato di papa Leone XIV nell’offrire un modello etico di riferimento rappresentato dalla dottrina sociale della Chiesa, magari in forma aggiornata, oppure…chissà … con l’emissione di una Lettera enciclica che riprenda la Rerum Novarum … una Rerum digitalium!







