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Addio a Pino Clemente, uomo di cultura e di atletica leggera

Se ne andato un grande personaggio dell’atletica leggera moderna. All’età di 88 anni è morto il professore Pino Clemente. Il mio pensiero va allo straordinario uomo di grande cultura, all’atleta che è stato, all’allenatore, al giornalista e scrittore come pochi in Italia.

Era nato il 9 maggio 1937 a Palermo. La sua laurea in Farmacia e la lunga militanza di giornalista, dal 1959, sono state finalizzate alla divulgazione ed alla qualificazione dell’atletica leggera. E’ stato docente di atletica leggera presso la Facoltà
di Scienze Motorie di Palermo. Dal 23 giugno 1995, rimasto incolpevolmente coinvolto in un incidente automobilistico dalle conseguenze disastrose, è stato costretto a vivere il disagio della disabilità che con la sua verve riusciva a “normalizzare”.

E’ stato un grande amico del Giro podistico di Castelbuono. Lo ha vissuto da allenatore e da narratore delle gesta degli atleti che hanno partecipato alla storica gara. A lui abbiamo assegnato il premio Ypsigro e la sera di quel 25 luglio incantò tutti con la sua preparazione, unica ed esemplare che ha trasmesso a tutti quelli che come lui amano la regina degli sport.

Buon viaggio carissimo Pino, Maestro e amico di una vita.

Riporto a seguire un suo scritto in cui parla del Giro podistico di Castelbuono, in una immaginaria intervista incrociata tra Camilleri e Pirandello.

Andrea Camilleri e Luigi Pirandello, intervista incrociata immaginaria

Al Santo Spirito di Roma Andrea Camilleri è sostenuto dalla sua forte fibra. Il comunicato odierno del Primario della Rianimazione, Roberto Ricci, delinea la condizione di salute del Maestro di generazioni di attori e di registi:: stabilità nella criticità, le funzioni respiratorie e cardiocircolatorie azionate dai meccanismi in automatico, il degente sedato. La condizione di dipendenza durerà fin quando Nenè, sintonizzato con il medico legale della fiction, Pasquano, Marcello Perracchio, non sbotterà: mi avete scassato i cabbasisi!

L’invettiva, presumo, al gruppo di opinionisti e ai media che mai hanno gradito le sue scelte politiche, avverse al Partito del Papi, e, di recente, alla disumanità del Ministro degli Interni Matteo Salvini, il respingimento dei migranti.

Sono circa 30 milioni gli ‘utenti’ dei libri di Camilleri, che hanno impinguato la Sellerio di Elvira Giorgianni e il principio fu opera di Leonardo Sciascia.

Nenè e Nanà, diminuitivo girgentano di Leonardo, erano Pirandelliani.

Sciascia, nella recensione di Racconti di Sport: “Lo sport è un momento interlocutorio tra la natura e l’arte, in cui il corpo è mezzo di espressione”.

La Maratona nella Città dei Templi, la stura di un incontro nel bar dove Camilleri

gustava il caffè, pagine memorabili di CorriSicilia che ripubblichiamo per i nuovi amici.

Pirandello, Camilleri e la maratona della Valle dei Templi

A Vigata l’acqua cadeva dal cielo picchiuso pisuli pisuli, dalla matina del sabato che viene prima di quello consacrato con la nascita del bambinello che le manuzze sante collocano nella grotta del Presepe con il ciato del bue e dell’asinello e San Giuseppe e la Madonna che custodiscono il neonato più forte e più indifeso. Nel sipario d’acqua le case basse e le palazzine si confondevano nella strana nebbia e a tratti sembravano ondeggiare, quasi pronte e staccare la corsa incontro al mare. La Vigata tutta sole si era mutata nel porto delle nebbie del ro¬manzo di Simenon. Una stravagante neb-bia! Andrea Camilleri, tra sonno e veglia, era stato assediato nella notte dall’apparizione di alcuni personaggi dei suoi romanzi che erano stati evocati da quella passio ne che apre la via dei sogni. Si era svegliato di buon umore, pioggia nonostante. Si era intabarrato con la consueta trasandata eleganza ed era uscito di casa avido dell’odore di quella pioggia che anticipava il Natale. Respirò a polmoni pieni e si avviò verso il corso bordeggiando la bronzea statua di Luigi Pirandello.

Camilleri: «Caro maestro – diceva – ormai, come tutti i personaggi celebrati dopo la morte, sei di bronzo, il vento ti sciuscia la pioggia ti vagna, l’aciddruzzi ti firriano attorno e si riposano: la statua è il premio dei grandi uomini e delle grandi donne che diventano santi, immobili, oppure targhe a indicare le strade e le piazze, sarebbe meno triste una bandiera che sventola ad ogni soffio di vento».

Il malo pensiero passò anche perché all’entrata del Cafè Vigata fu affiancato da un signore alto e distinto, ben coperto da un soprabito di una foggia che stonava a prima vista. Era roba fine, di un secolo fa. Andrea lo guardò, poi lo fissò e intanto continuava ad assupparsi del resto dell’acqua.

Camilleri: «Assomiglia a Lo Monaco, l’attore quello che è una stampa Pirandello, forse debbono fare un film». «Prego, dopo di lei».

E il signore che indossava il soprabito di un altro tempo trasì, transitando dalle siringate nebbiose al tepore fumoso del bar che in quella prima mattina era stranamente deserto. Camilleri lo seguì. Entrato, lo squatra dalla testa ai piedi e quando il signore si levò il cappello (foggia anni ’20), il pizzetto i rari capelli e lo sguardo penetrante non lasciarono dubbi: Pirandello era fuggito dalla sua prigione di bronzo.

Camilleri: «Venerato maestro… Qui a Vigata! Sono ubriaco di prima matina, dopo avere bevuto un sorso di cafè e latte, o sto continuando un sogno!»

Pirandello: «No Nenè non stai sognando. Accade che, come dice Prospero, il protagonista della Tempesta di Shakespeare, noi siamo fatti della stessa stoffa dei sogni é l’orditura è una trama invisibile ad occhio nudo che, in certi momenti frenetici, dell’anima e del corpo, diventa visibile. È avvenuto!».

Camilleri: «Prospero… I nostri vecchi dicevano fosfuro per prospero, e significava il fiammifero, lo zolfanello che accende, infiamina la fantasia e rende visibile sulla carta stampata e nelle arti della pittura e della mu¬sica i nostri sogni. Maestro, si turi le orecchie, il mio Commissario Salvo Montalbano direbbe a questo punto: ma che cabbasisi andate raccontando, questa è filosolia da studi televisivi, nuddu ammiscatu cu nenti leggerà».

Pirandello: «Leggeranno, leggeranno se si parla di te. I tuoi romanzi sono stati letti da milioni di lettori ed un Camilleri al capezzale non concilia soltanto il sonno ma è il viatico di interessanti sogni. A me, dopo che Il treno ha fischiato, fischiano continuamente le orecchie: le cose più strane, gli accadimenti sono… pirandelliani. Dalla mia Lontananza ricevo tutte le notizie, una rassegna stampa su quanto è stato scritto e si scrive su di me».

Camilleri: «Noi vivi abbiamo i potentissimi motori di ricerca e riusciamo a conoscere quasi tutto di tutti. Peccato che di questo casino di notizie non sappiamo che fare».

Pirandello: «Caro Nenè in una “chiodata” che tra l’altro scomodava li venditore di almanacchi di Giacomo Leopardi, mi è stata attribuita la paternità di una commedia dubbiosa Forse che sì forse che no. È indubitabile che l’autore sia un vate non certo pirandelliano, l’immaginifico D’Annunzio. Nella mia novella sul dubbio racconto di un pappagallo che non si sognava di canzonare la padrona, una vecchina presso ai sessantenni».

Camilleri: «Oggi non si può chiamare vecchina una tra le numerosi sessantenni abbigliate come fiorellini di campo che saltano le cavalline e corrono le maratone».

Pirandello: «II mondo è cambiato un po’ alla volta, ad ogni giorno. li dubbio della mia novella, non riguardava la fine o l’inizio di un anno epocale come il duemila o le vecchine che si fingono giovani, ma la paternità di una figlia perché una moglie vorrebbe avere sempre la certezza di comunicare al marito l’appartenenza del frutto delle sue viscere. Ho inviato un barlume di luce all’autore e nel libro nuovo che colleziona le Chiodate ora leggerete correttamente il titolo della mia novella: li dubbio e così dal suo, di D’Annunzio, al mio! A me viene un altro dubbio: come mai almeno un lettore non ha contestato? Forse per rispetto?»

Camilleri: «No Maestro, quella Chiodata figura nella terza pagina di una volta, di un giornale che ho visto sul tavolo del Café ieri l’altro, l’ho sfogliato con curiosità, è abbuturrato di corse di picciliddri e di granni, di atletica che oggi non è leggera, non è un mensile che argomenta di prosa e di poesia. I lettori si arrabbiano se si sbaglia un solo centesimo di secondo o un solo millimetro, o si omette un risultato, nei casi peggiori si sciarriano a male parole per l’entità e l’assegnazione dei premi, i dirigenti si afferrano per la cutunina che non significa soldi, gli euro, come si dice oggi, scarseggiano, ma come sentenziano alcuni, comandare è meglio che sfottere e fottere. Hanno cieca fiducia nel direttore che firma le Chiodate. Il direttore ha il vezzo per non dire il vizio di mischiare l’atletica con la letteratura ed in questa operazione rischiosa ha coinvolto uno storico serio, il milanese Sergio Giuntini. Nel disperato tentativo di erudire i suoi lettori, si allarga che è un prego e per fortuna c’è un certo Peppino — proto che coni piedi a terra frena le aggiunte».

Pirandello: «Come mai conosci anche i particolari?»

Camilleri: «In questi giorni mi sono incontrato casualmente al Cafè Vigata con un tal Rosario Mazzola, l’organizzatore di questa estemporanea intrusione podistica nella Valle dei Templi ed abbiamo chiacchierato. Lui si vanta di essere stato l’allievo, nell’organizzazione di gare podistiche, del ferroviere Totò Spallino, celebre perché ha reso unico il Giro di Castelbuono, che, nel 1912 fu denominato —una prima volta nella storia del vocabolo – Maratonina. La finezza linguistica dei siciliani si apprezza quando sminuiscono con un aggettivo un evento di scroscianti dimensioni: dalla fintine, alla ammazzatine, alla… maratonina».

Pirandello: «Che significato ha la maratona nella Valle in una provincia e in una città che ha ormai cancellato pure il ricordo dell’atletica? Lassù ogni tanto ascoltiamo le lagnanze del professore di ginnastica Mimmo Gareffa e, per non esacerbarlo, gli celiamo che lo stadio di Villa Seta è semi distrutto».

Camilleri: «Rosario Mazzola e i suoi amici hanno sferrato un cazzotto nell’aria, spetta ad altri valorizzare la reazione. Se ci sarà!».

Pirandello: «Ti appassioni alle vicende dello sport a quanto ascolto».

Camilleri: «Di recente sono stato attratto dai dribbling dei giocatori, la TV sovrabbonda di calcio, sembrano passi di danza, ricordo il paso-doble o doppio passo, la finta del bolognese Amedeo Biavati che scartava gli av¬versari come fossero birilli. Ho descritto in un racconto la corsa del vecchio latro, come fosse uno di questi amatori che correndo fuggono e rubano pezzi di gioventù ed ho tratteggiato i salti di Montalbano nell’avventura del “Cane di terracotta “».

E poi la bicicletta, quella costruita da Calogero Montante negli anni ’30. Quella bici non mi ricorda una gara ciclistica. Avevo diciassette anni nel 1943, gli alleati erano sbarcati in Sicilia da tre giorni, pedalai con la forza della disperazione, da Serradifalco a Porto Empedocle per avere notizie di mio padre; ebbi la fortuna di trovarlo vivo. Al ritorno la mia fu la corsa di un messaggero di vittoria, come Fidippide da Maratona ad Atene, mi spogliavo mentre correvo, faceva caldo… oggi pedalo un po’ con la bicicletta e, dalla bici Montante dico che in quel Cammino pietroso e accidentato mai mi tradì con la foratura.

Pirandello: «A me piaceva correre nella campagna del cavusu, dove nacqui, hai fatto bene a precisare nel libro che fruga dentro la mia vita: cavusu! Altro che Caos o Kaos per indicare una improbabile confusione cosmica, il terreno era così chiamato perché aveva la forma del pantalone, causo alla siciliana. I bambini fortunati giocavano a rincorrersi, si sfidavano nella corsa, tiravano lontano le pietre e si arrampicavano sugli alberi. Ma c’erano gli altri, i figli della povera gente, che sparivano nel ventre della terra per estrarre lo zolfo, per questi carusi lo spettacolo più bello era vedere la luna per la prima volta come Ciaula in una mia novella. Correvano per necessità come Ciaula quando dopo lo scoppio di una mina che aveva dilaniato un povero cristo si era lanciato all’improvviso in una corsa pazza. Anche i briganti giocavano alle bocce: Maria Grazia, la protagonista di una mia novella L’altro figlio, sorprende i briganti, che avevano arruolato con il ricatto suo marito, mentre giocavano… Là in quel cortile alle bocce ma con teste d’uomini… nere… piene di terra… le tenevano acciuffate per i capelli».

La civiltà progressista ha stravolto il mondo dei bambini. Non ci sono più le zolfare, imperversano le trappole dei computers e dei video giochi e nei paesi civili i piccoli ingrassano. Non lontano da noi muoiono in pochi mesi milioni di bambini ed altri milioni sono condannati alla miseria e ad una fine precoce, altri ancora sono vittime di immondi, pedofili. Leonardo Sciascia nel suo ultimo presago romanzo Il cavaliere e la morte si chiedeva: nel 2019 e negli anni che seguiranno ci saranno ancora i bambini?

Pirandello: «C’è una insana pazzia che conduce il genere umano alla distruttività. lo pazzo? Dice uno dei miei personaggi guardandosi allo specchio. Loro sono pazzi e Cosi è se vi pare. C’è una variante della pazzia che può essere creativa. Ho lasciato la Lontananza perché intrigato da questo pazzesco disturbo che hanno voluto arrecare con la corsa nella Valle dei Templi».

In questa Italia di Santi, di Poeti, di Navigatori, – anche sottacque come i truffaldini – brillano i maratoneti. Dopo Pietri ci sono stati Bordin, Baldini e cresce il popolo dei podisti ma i cittadini sono infastiditi dalle corse dentro la città nei giorni delle feste. A Milano, a Trieste, a Roma, a Palermo do-vunque le maratone sono vissute come una scocca di camurria. Hanno persuaso non tanto occultamente il popolo a comprare ed a consumare. Quando il traffico è scompaginato e interrotto dalle corse dei maratoneti dentro la città, non si possono raggiun¬gere i negozi dei centro, e in quelle circo¬stanze si produce, si compra con i consigli per gli acquisiti e si consuma. Chi ha i soldi compra a dismisura ma ci sono alcuni che profetizzano: l’auto distruzione del genere umano.

Pirandello: «Chi vivrà vedrà, ma chi sopravviverà?».

La nostra speranza sono i pazzi, quelli che se ne fottono nella media statistica, della normalità e della audience, come i fuoddi della maratona nella Valle dei Templi. Se c’è ancora chi crede nella preghiera dei piedi che, bussando nelle pietre antiche, potrebbero far rifiorire l’atletica e lo sport sa-lutare ad Agrigento e nei dintorni, se c’è ancora chi riesce a correre solo, come Cristo in croce e accompagnato come nella processione della maratona, forse il male non vincerà. Soli nel migliorarsi e uniti nel cooperare!

Pirandello: «Si farà la storia, domani, dei guadagni e delle perdite, delle vittorie e del¬le sconfitte. Speriamo che la giustizia trionfi. Ma se non dovesse trionfare, trionferà da qui ad un altro secolo ma ciò che più mi importa e da vita con la parola scritta e l’arte fuori dal tempo ad un pianto e ad un sorriso. E’ una speranza. Ora devo andare. Ritorno in quei luoghi nei quali sono vivo quando voi mi pensate e mi citate, anche…a sproposito. Ci rivedremo…»

Camilleri: «Caro maestro, il più tardi possibile».

Il distinto signore con il pizzetto e i radi capelli, che indossava il soprabito ed il copri capo di altro tempo, varcò la porta del Cafè Vigata, non aveva smesso di piovere, la nebbia fitta lo nascose. Luigi Pirandello si poi si soffermò davanti alla statua di bronzo che l’acqua bagnava e domani il vento ed il sole di una bella giornata dicembrina, quella della maratona nei Templi, avrebbero asciugato. Mi perdoneranno i due venerati Maestri questo scherzuccio di dozzina? Dal professore del cavuso attendo la ramanzina il più tardi pos¬sibíle, il professore di Vigata malissimo che vada può farmi strapazzare nel prossimo numero da Catarella. A disposizione sono!

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