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Il viaggio in India è stato…

«Ci sono viaggi che non si attraversano: ti attraversano.
L’India mi ha tolto peso, parole e certezze, lasciandomi soltanto l’essenziale: la presenza, il respiro, l’inc
ontro»

Il mio ultimo viaggio in India non è nato come un semplice itinerario turistico, ma come un’esperienza di integrazione profonda. É iniziato con un gesto che avrei imparato a riconoscere come una vera e propria esperienza spirituale: le mani giunte davanti al cuore e un sorriso lieve, accompagnato da una parola semplice e profonda: Namasté. All’inizio era solo il saluto più comune che ricevevo per strada, negli incontri con le donne o con i bambini dei villaggi. Poi, lentamente, ne ho compreso il senso.
Il saluto Namasté, così quotidiano e naturale, racchiude un significato potente. Non è solo un gesto di cortesia, ma un atto consapevole: riconoscere l’altro come mio pari, inchinarmi davanti alla sua essenza, indipendentemente dal ruolo, dalla religione o dalla condizione sociale. È un richiamo costante al rispetto reciproco e alla dignità di ogni essere umano. In India questo principio non resta astratto: si incarna nei gesti, negli sguardi, nella vita quotidiana. E inevitabilmente interroga anche noi, occidentali: quanto siamo davvero capaci di riconoscere l’altro senza filtri, senza gerarchie, senza giudizi?

Il viaggio in India é stato volontariato

Questo viaggio in India non è nato come un semplice itinerario turistico. È stato, prima di tutto, un incontro. Un incontro con donne di età diverse, storie diverse e sogni spesso taciuti, a Jaipur nel cuore del Rajasthan, Stato dell’India settentrionale. Una settimana di volontariato organizzato da Cooperating Volunteers, dedicata al women empowerment, il processo di emancipazione e di valorizzazione femminile, che mi ha ricordato quanto il legame umano possa andare oltre la lingua, oltre i confini culturali, oltre le parole stesse.

Il primo ostacolo, e forse il più evidente, è stato proprio il linguaggio. L’inglese che avevo portato con me non era lo stesso che parlavano loro. Le frasi si spezzavano, i concetti si semplificavano, i silenzi prendevano spazio. Eppure, da quella difficoltà è nata una straordinaria opportunità: imparare a comunicare in modo diverso. Le nostre “lezioni” non sono mai state realmente accademiche. Abbiamo costruito momenti di scambio partendo dalla vita quotidiana, dai bisogni concreti, dai desideri, dalle emozioni. Parlare di quotidianitá, famiglia, autonomia, sogni, anche solo con poche parole, diventava un atto di condivisione profonda. Gli incontri sono stati occasione straordinaria di reciproco scambio culturale intriso di femminilità.

La tecnologia è stata una preziosa alleata. Traduzioni istantanee, telefoni passati di mano in mano, frasi digitate e rilette insieme ci hanno permesso di capirci, di ridere, di correggerci, di sentirci meno lontane. Non era solo uno strumento pratico: era un ponte. Un modo per affermare che, nonostante le differenze, il dialogo è sempre possibile.

Il momento più intenso e simbolico di questa esperienza è arrivato con la celebrazione del primo dell’anno. Una festa profondamente sentita, soprattutto dalle donne. Quel giorno una stanza di Jaipur si è trasformata in un’esplosione di colori, musica e femminilità. Le donne indossavano i loro saree più belli, tessuti che raccontano storie antiche, e sulle mani portavano intricate decorazioni di henné, simboli di bellezza, appartenenza e forza. Con grande generosità, hanno vestito anche noi con i saree, accogliendoci nel loro mondo e permettendoci di integrarci pienamente in quel rituale collettivo.
In quella giornata non c’è stata alcuna necessità di parlare. I sorrisi d’intesa e la musica hanno preso il posto delle parole. Il ballo è diventato il nostro linguaggio comune. Ci siamo insegnate a vicenda i movimenti: noi, con la spontaneità occidentale; loro, con una grazia e un’eleganza che sembravano scolpite nel tempo. Mani che si muovevano nell’aria, sguardi complici, sorrisi autentici. In quel cerchio di donne non c’erano differenze sociali, linguistiche o culturali. C’era solo presenza, libertà, connessione.

Il viaggio in India é stato presenza

E proprio in quella stessa città, a Jaipur, c’è stato un altro incontro, silenzioso e inatteso, forse uno dei più toccanti di tutto il viaggio: la visita a un orfanotrofio.
Ci sono entrata senza aspettative, senza ruoli, senza l’idea di “dover fare” qualcosa. Non c’erano lezioni da tenere, né parole da spiegare. C’era solo il tempo condiviso.
La lingua, ancora una volta, non ci apparteneva. Ma non è stata un limite. È stata una soglia. Perché in quello spazio, fatto di sguardi curiosi e mani tese, ho capito quanto poco serva, a volte, per creare un legame vero. Un sorriso sincero, uno sguardo che resta, una mano che accompagna.
I bambini ci hanno mostrato in sostanza tutto quello che avaveno, le loro camerate, i loro letti, i loro amici. Gesti semplici, quotidiani, ma carichi di significato. Per loro era importante raccontarsi, farsi vedere, condividere il proprio spazio. Per me è stato un privilegio. Camminare accanto a loro, ascoltare senza capire le parole, ma comprendere tutto il resto.
Non ho scambiato frasi, ma presenza. Non ho offerto attività, ma tempo. Mi sono seduta accanto, abbiamo ascoltato musica e ballato insieme, li ho abbracciati, abbiamo camminato tenendoci per mano. E in quell’essere semplicemente lì, senza chiedere nulla, senza aspettarsi nulla, ho sentito con chiarezza quanto il dono più grande sia spesso quello più essenziale. 

Essere presenti. Restare. Dare senza misura e senza ritorno.

In quella realtà, così lontana e così vicina allo stesso tempo, ho compreso che a volte non è ciò che facciamo a lasciare un segno, ma il modo in cui scegliamo di esserci. 

In quell’esperienza ho compreso quanto sia potente lo stare, più del fare: in contrasto con la nostra abitudine occidentale a riempire ogni tempo e ogni spazio, lì l’essenziale era esserci davvero. Una presenza silenziosa, insolita per noi, ma profondamente vera, autentica, capace di dare senso senza bisogno di azione.

Il viaggio in India é stato contrasto

Uno degli aspetti che più colpiscono dell’India è il contrasto costante, quasi disorientante, tra una profonda pace interiore e un caos esteriore che sembra non avere regole né pause. È un contrasto che non si osserva soltanto: si vive, si respira, ti attraversa.
Le strade sono un organismo vivo e pulsante. Il traffico è incessante, i clacson suonano senza sosta come un linguaggio codificato che solo chi vive lì sembra comprendere davvero. Mucche sacre attraversano la strada con naturalezza, costringendo auto, motorini e risciò a fermarsi in un equilibrio spontaneo e sorprendentemente funzionale. Persone che si lavano ai bordi delle vie, venditori ambulanti che offrono qualsiasi cosa, dai fiori agli utensili, dalle stoffe alle spezie, negozietti minuscoli che sembrano contenere il mondo intero.
L’aria è satura di odori: spezie intense, incenso, cibo di strada che sfrigola, polvere, fiori freschi. I colori sono ovunque, accesi, vibranti, senza timore dell’eccesso. La vita accade tutta insieme, senza filtri, senza separazioni nette tra pubblico e privato, sacro e profano, ordine e disordine.
Eppure, in mezzo a tutto questo, ciò che sorprende davvero è la calma degli sguardi. La capacità di stare. Gli indiani sembrano abitare questo caos senza subirlo. C’è una sorta di accettazione profonda, una presenza interiore che resta stabile anche quando tutto intorno è movimento, rumore, attraversamento continuo. Come se il centro fosse saldo, anche quando la superficie è in perenne agitazione.
È qui che il contrasto diventa insegnamento. Dove noi vediamo confusione, loro vivono flusso. Dove noi cerchiamo silenzio esteriore, loro coltivano silenzio interiore. La spiritualità, la meditazione, lo yoga, la religione vissuta quotidianamente non sono fughe dal caos, ma strumenti per abitarlo senza esserne travolti.

Dopo Jaipur, il viaggio è proseguito verso Agra e Delhi. Luoghi iconici che raccontano la complessità dell’India e ne amplificano i contrasti. Ma anche in questi contesti più turistici, lo sguardo non era più lo stesso. L’esperienza del volontariato aveva giá cambiato il mio modo di osservare, di ascoltare, di sentire…

Visitare la tomba di Gandhi è stato un momento di forte intensità emotiva: un luogo semplice, silenzioso, che invita alla riflessione su cosa significhi davvero libertà, non violenza, responsabilità individuale. Anche qui, più che i fatti, resta la sensazione: quella di trovarsi davanti a un’eredità morale che continua a parlare.

Dal punto di vista architettonico, l’India è una rivelazione continua. I templi hinduisti, con i loro intagli minuziosi nel marmo e nella pietra, sono vere opere d’arte, lontane dall’idea di sacralità a cui siamo abituati. Fiori, divinità, figure scolpite con una precisione quasi ipnotica. Le città del Rajasthan, Agra e Delhi raccontano una stratificazione di influenze che convivono: persiane, islamiche, hindu. Una bellezza che non si impone, ma si lascia scoprire lentamente. Nei palazzi e nei templi del Rajasthan dominano la pietra scolpita e gli intagli minuziosi; ad Agra il marmo bianco, levigato e intarsiato con pietre semipreziose, pura poesia architettonica.

Il viaggio in India é stato uguaglianza

Proprio nei primi giorni a Jaipur ho assistito a uno spettacolo che sembrava dare forma a tutto questo. Era mattina presto, e mi svegliavo ogni giorno con il canto del muezzin che si diffondeva nell’aria ancora fresca, intrecciandosi al muggito profondo di una mucca sacra ferma proprio sotto la mia stanza. Un risveglio potente, quasi rituale. Dalla terrazza della casa che mi ospitava ho poi visto centinaia di bambini salire sui tetti con in mano un aquilone di carta. Si preparavano al kite festival, una tradizione antica che trasforma il cielo in una danza collettiva. Gli aquiloni,  ciascuno diverso per colore, ma uguali nella loro semplicità, si alzavano uno dopo l’altro, creando un intreccio di fili e movimenti che sembrava respirare all’unisono.

I bambini li facevano volare per ore, guidandoli con il braccio teso, con una determinazione seria, quasi solenne. In ogni gesto c’era qualcosa di più di un gioco: era come se cercassero di misurarsi con il vento, di superarsi, di toccare con lo sguardo un pezzo di libertà. Da lontano, vedevo i loro corpi piccoli e agili spostarsi sui tetti, di casa in casa, e in cielo nascevano arabeschi invisibili, armonie di colori e fili che si incrociavano, si sfioravano, si allontanavano.

Nel volo collettivo degli aquiloni, ogni differenza si dissolve. È lì che ho visto, nel gioco, l’immagine più limpida dell’uguaglianza. Quei bambini, sparsi sui tetti, avevano tutti lo stesso aquilone tra le mani, lo stesso cielo sopra la testa, lo stesso vento da sfidare, la stessa “tecnologia” semplice e condivisa, che non conosce versioni più potenti o più nuove. Nessuno più in alto, nessuno più in basso: solo punti diversi di uno stesso orizzonte. Il vento non faceva preferenze, non premiava chi aveva di più, ma solo chi sapeva ascoltarlo. In quel volo collettivo, fatto di resistenza e di slanci, l’uguaglianza non era un concetto astratto, ma un’esperienza condivisa.

E sempre a proposito di uguaglianza, durante il nostro soggiorno a Delhi, attraverso un incontro olistico con una famiglia locale abbiamo scoperto anche il significato del Holi, la famosa festa dei colori che ogni anno si celebra in India in primavera, di solito nel mese di marzo, con polveri e acqua colorata che si lanciano gli uni addosso agli altri in un’esplosione di allegria e vitalità. Ci hanno spiegato che Holi non è solo gioco: nelle sue origini la festa celebra la rinascita della natura e la vittoria del bene sul male, ma soprattutto parla di uguaglianza e di unità. Per qualche giorno le distinzioni di età, di status, di casta e di ruolo si dissolvono mentre il colore copre visi, vestiti e strade, trasformando tutti in partecipanti invisibili nel proprio rango, amici e fratelli sotto lo stesso cielo variopinto.

Il viaggio in India é stato spiritualità

In India si percepisce che il bisogno del divino è essenziale quanto il vivere stesso: non importa quale Dio si preghi, perché per loro il sacro deve avere una forza, un nome e una forma. Gli dèi nascono dalle necessità umane, vengono creati per proteggere, guidare, consolare. In ogni casa che abbiamo attraversato, ogni luogo abitato, c’era un piccolo tempio domestico, uno spazio sacro dove ogni giorno si recitano mantra, rendendo il divino parte intima e quotidiana della vita.

Il viaggio in India é stato connessione

Un altro momento che ha segnato profondamente il mio viaggio è stata l’esperienza con un Guru indiano, durante la quale abbiamo vissuto una pratica di yoga autentico, ben oltre la mera forma fisica che spesso si incontra in Occidente. In India, lo yoga non è semplicemente una ginnastica del corpo, ma una disciplina millenaria che cerca l’unione (yoga in sanscrito significa proprio “unione” ) tra corpo, mente e spirito, e tra l’individuo e l’universo.
Nel contesto autentico indiano, la pratica yogica integra asana, pranayama, mantra e meditazione in vista di uno scopo più profondo: la consapevolezza e l’allineamento dell’energia interiore. I mantra non sono semplici parole, ma strumenti con cui la mente si concentra, lascia andare il superfluo e si apre all’ascolto di sé.
Durante la nostra pratica con il guru abbiamo approfondito anche il concetto dei chakra, intesi come punti di connessione tra il corpo fisico e quello energetico. Lo yoga diventa così un percorso di armonizzazione, un’esperienza di unità in cui corpo, emozioni e coscienza non sono più separati, ma parte di un’unica presenza.

Torno dall’India con la sensazione che questo viaggio non sia stato solo uno spostamento geografico, ma un attraversamento interiore. Un’esperienza fatta di presenze più che di parole, in cui il contrasto, lo stupore, la connessione e la spiritualitá convivono senza chiedere di essere spiegati. Lì ho sentito l’uguaglianza non come un principio, ma come qualcosa che unisce nel quotidiano, nei gesti semplici, negli sguardi, nel ritmo condiviso.

L’India mi ha insegnato a non dare nulla per scontato: l’aria pulita, l’ordine, le infrastrutture silenziose che sostengono il nostro benessere, e allo stesso tempo il valore dell’essenziale, quello che rende possibile vivere con dignità. Ho capito che l’empowerment non si impone, ma nasce quando si condivide, e che la pace non è assenza di caos, ma capacità di restare presenti anche dentro di esso.

È questo equilibrio imperfetto, vivo e profondamente umano che rende l’India così intensa, destabilizzante e affascinante. E che ricorda come, per sentirsi davvero uniti, non servano grandi parole: a volte basta ballare insieme e restare, anche solo per un attimo, nello stesso ritmo.

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