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La tradizione e la devozione siciliana dell’altare e la “tavula” di San Giuseppe a Castelbuono

La pratica dell’altare di San Giuseppe ha origini antichissime e s’intreccia con la storia della Sicilia stessa. Risale al medioevo, quando l’isola fu colpita da una devastante siccità che minacciava una grande carestia. I contadini, nel tentativo di placare la fame che affliggeva le loro comunità, si rivolsero a San Giuseppe, invocando la sua intercessione per ottenere clemenza e provvidenza.

In risposta alle loro preghiere, piovve, la carestia cessò e la fertilità ritornò alla terra. Come segno di gratitudine, i siciliani iniziarono a erigere altari dedicati al santo, ricchi di cibo e simboli di abbondanza, da offrire gratuitamente a chiunque ne avesse bisogno.

La tradizione sopravvive ancora oggi, ma rischia di scomparire. A Castelbuono è stata ripristinata da qualche anno, grazie alla buona volontà, alla passione e all’interessamento dell’antropologo e studioso di tradizioni popolari Angelo Cucco e alle energie dei devoti – volontari dell’associazione di solidarietà Sant’Anna; un team che lavora istancabilmente per giorni alla preparazione dell’altare e della tavola per i “poveri virginieddi”, (anticamente bambini indigenti), oltre che alla raccolta di derrate alimentari per i bisognosi.

Anche quest’anno si sono messi a disposizione con entusiasmo per allestire un altare scenografico e sontuoso, ornato con pani arabescati dalle simbologie religiose, fiori, candele, statue di santi, antichi ricami e prodotti della terra ( olio, vino, arance, limoni, carciofi, alloro e verdure locali).

Le volontarie dell’associazione hanno poi cucinato un pasto frugale e “contadino”, ma sostanzioso, per i “virgineddri”, a base di pasta e fagioli, polpette di uova, un mix di verdure di campagna (finocchietto, asparagi, bietole (“giri”) e senape (“sinapi”). broccoli fritti e olive.

Ogni elemento dell’altare di San Giuseppe ha un profondo significato simbolico. Il pane, ad esempio, rappresenta la provvidenza di Dio e lo spirito di condivisione tra i membri della comunità. I cuori simboleggiano la devozione, i bastoni la protezione di San Giuseppe, mentre fiori e candele aggiungono un tocco di grazia e spiritualità.

I pani con le iniziali “G G M”, si riferiscono a Gesù, Giuseppe e Maria.

Preziose coperte ricamate o tessute dalle nonne, sono affisse alle pareti come arazzi, rendendo l’ambiente festoso e accogliente.

L’amore per ogni dettaglio contribuisce a creare un senso di bellezza e sacralità.

L’altare viene aperto al pubblico alcuni giorni prima della festa del patrono, con recita quotidiana del rosario, canti dialettali e raccolta solidale di derrate alimentari.

Il momento più significativo ed emozionante di questa usanza, però, è il rituale che si svolge nella tarda mattinata del 19 marzo, cioè nel giorno stesso di san Giuseppe.

Il prete viene a benedire i presenti, l’altare e la tavola, e vengono recitate antiche preghiere intermezzate da canti tradizionali, mentre i “virgineddri” vengono fatti accomodare davanti ad una tavola apparecchiata elegantemente e degna di un cardinale.

Le mani dei bimbi vengono simbolicamente lavate con una brocca ed asciugate; in passato questo gesto voleva restituire agli ultimi un senso di dignità e rispetto, perchè in genere veniva riservato a persone di alto rango. In quel momento, i poveri diventavano simbolo del Cristo e venivano serviti e riveriti. Mentre i “virginieddri” banchettano, preghiere e lodi vengono dedicate al “Patriarca San Giuseppi”.

E lo spirito di comunità e condivisione, esaltato dagli antichi canti in dialetto, crea un’atmosfera solenne e senza tempo. Come dice un testo devozionale dedicato al santo, “U tistamentu di san Giuseppi”:

“Vi lassu l’orfeneddri e i virgineddri, sempri sia pi iddri cunsata a mia gloria na tavulata!”.

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